mercoledì 8 luglio 2026 - 12:49
Un’introduzione alla conoscenza dell’Islam (3) | Parte prima: gli insegnamenti delle religioni divine

Un’introduzione ai principali insegnamenti delle religioni divine: la fede nell’unico Creatore, la missione dei profeti, la rivelazione e il significato dei Libri sacri. La sezione approfondisce il patrimonio comune delle religioni abramitiche, le loro convergenze nel messaggio divino e le differenze emerse nelle interpretazioni delle Scritture e della rivelazione.

Agenzia Hawzah News – Presentiamo di seguito un’altra parte della serie «Un’introduzione alla conoscenza dell’Islam», che attraverso un linguaggio chiaro e accessibile offre ai lettori — in particolare ai giovani — gli strumenti essenziali per approfondire la conoscenza della religione islamica, dei suoi insegnamenti e della sua visione dell’essere umano e della società.

Il Creatore dell’esistenza

«L’uomo è forse sorto da sé, dal nulla? Oppure è egli stesso il proprio creatore? Sono forse gli uomini ad aver creato i cieli e la terra? Questi negatori non hanno conosciuto Dio come si deve».

La maggior parte delle religioni, e forse tutte quelle oggi esistenti, credono nell’esistenza di un Dio unico o di una realtà trascendente e hanno anche scelto un nome per designarlo. Tuttavia, sul significato dell’unicità e sugli attributi a essa connessi esistono divergenze tra i seguaci delle diverse religioni.

Dai testi sacri delle religioni abramitiche, quali l’ebraismo, il cristianesimo e l’Islam, emerge chiaramente che il loro nucleo essenziale e il loro insegnamento fondamentale è il monoteismo. Tuttavia, per diverse ragioni, i seguaci di queste religioni si sono talvolta rivolti anche a forme di politeismo e al culto di più divinità.

Per esempio, nel cristianesimo il monoteismo è accompagnato dalla dottrina della Trinità. I cristiani, infatti, oltre a credere nell’unicità di Dio, professano anche la Trinità, cercando di esprimere la propria fede senza compromettere nessuno di questi due aspetti. Per questo la Trinità è considerata un mistero, «il segreto della fede», e, di conseguenza, non può essere pienamente compresa dalla ragione umana.

Questa concezione presenta alcune affinità con le religioni non monoteistiche. In tali religioni, pur essendo unico il Dio creatore, accanto a Lui esistono altre divinità cui è affidato, in qualche misura, il governo del mondo. Ad esempio, nell’induismo le tre divinità Brahmā (creatore), Śiva (distruttore) e Viṣṇu (conservatore) svolgono ciascuna una funzione specifica.

Oltre alle difficoltà che i credenti incontrano nella teologia, e che hanno dato origine a divergenze sul concetto di unicità, anche i termini impiegati nei testi sacri per indicare la realtà unica di Dio hanno dato luogo a letture e interpretazioni differenti.

Il Corano, in quanto testo rivelato, non ricorre mai, come nell’ebraismo, a termini quali padre e figlio per riferirsi a Dio e ai Suoi servi, né, come nel cristianesimo, attribuisce a tali espressioni un significato reale. Nei testi islamici, Dio l’Altissimo è riconosciuto come l’unico creatore del mondo, l’autore di ogni azione e l’unica esistenza degna di lode.

Nel Corano, una parte considerevole dei versetti è dedicata a presentare l’unicità di Dio l’Altissimo e, in realtà, il principale insegnamento della religione islamica è la fede nell’unicità di Dio.

Il Corano presenta Dio in questi termini:

«Egli è il Dio unico. Non c’è divinità all’infuori di Lui, conoscitore del nascosto e del palese, sommamente misericordioso e benevolo. Egli è il Dio unico. Non c’è divinità all’infuori di Lui, sovrano potente, puro, senza difetto, che dona sicurezza, custode, prezioso, possente, eccelso, maestoso e supremo. Sia glorificato ed esaltato al di sopra di ciò che Gli associano».

A proposito dell’unicità di Dio, il Corano afferma:

«Se nei cieli e sulla terra vi fossero state divinità oltre al Dio unico, certamente i cieli e la terra sarebbero andati in rovina».

Se per il mondo si immaginassero più dèi, essi dovrebbero necessariamente possedere un’essenza indipendente l’uno dall’altro e, senza dubbio, tale indipendenza li porterebbe a differire anche nella guida e nel governo del creato. Se ciascuno di questi dèi governasse il mondo secondo la propria volontà, il disegno dell’uno entrerebbe in contrasto con quello dell’altro, e tale divergenza sconvolgerebbe l’ordine dell’universo: i cieli e la terra cadrebbero nel caos e nella rovina e, alla fine, il mondo si corromperebbe. L’ordine attuale del creato, unico e armonioso, dimostra che, oltre all’unico Creatore e Ordinatore, non esiste alcun altro dio.

Dio l’Unico afferma in un altro versetto:

«E prima di te non abbiamo inviato alcun profeta senza rivelargli che non c’è divinità all’infuori di Me; dunque adorate Me».

In realtà, tutti i profeti inviati da Dio all’umanità hanno chiamato gli uomini a adorare esclusivamente il Dio unico. Se l’essenza divina fosse stata molteplice, ciascuno degli altri dèi avrebbe dovuto inviare propri profeti per guidare gli uomini. Eppure, nel corso della storia, tutti i profeti sono venuti da un unico Dio e hanno invitato gli uomini al monoteismo; nessun profeta è mai giunto da un presunto associato di Dio, in nessuna parte del mondo.

L’Imam Ali (A)[1], successore e genero del Profeta dell’Islam (S), scrive a suo figlio a proposito dell’unicità di Dio l’Altissimo:

«Figlio mio, sappi che, se il tuo Signore avesse avuto un associato, certamente sarebbero venuti a te i suoi messaggeri; tu avresti visto i segni del suo dominio e della sua sovranità e avresti conosciuto le sue opere e le sue qualità...».

Allo stesso modo, se vi fosse stato un secondo dio nell’ordine della natura, sarebbero necessariamente esistiti due distinti sistemi di governo e di ordine, che avrebbero dominato la natura. Ma, poiché non esiste alcuna sovranità né alcun dominio di presunti associati del Dio unico su questo mondo, ne consegue che un unico ordine perfetto governa l’esistenza.

Il fatto stesso che non si conoscano azioni e attributi di tali presunti associati dimostra che Dio l’Altissimo non ha alcun simile né alcun socio.

Dio l’Altissimo è dunque così come Egli stesso si è descritto:

«Egli è il Dio unico, non c’è altra divinità all’infuori di Lui. È il Sovrano, il Puro, privo di ogni difetto, Colui che dona sicurezza, il Custode, il Vittorioso, il Possente e il Magnanimo; ed è glorificato al di sopra di ciò che Gli associano».

I Profeti divini

Secondo gli insegnamenti delle Scritture sacre, il primo essere umano a venire all’esistenza fu un profeta. La straordinaria storia della creazione dell’uomo e della sua discesa sulla terra è narrata con notevole somiglianza nel Libro della Genesi della Torah e nella Sura al-Baqarah del Corano.

La vita terrena dell’uomo ebbe inizio con un profeta e, dopo di lui, una catena di profeti assunse uno dopo l’altro il timone della guida dell’umanità, proseguendo un cammino che si concluderà con la venuta del Redentore alla fine dei tempi. È lo stesso Redentore la cui venuta i credenti attendono con ansia e per il quale sono stati menzionati diversi nomi e attributi. La voce dei profeti risuona in quasi ogni parte della terra: in qualunque regione del globo si vada, si trovano popoli che riportano parole del loro profeta o dei loro profeti, uomini giusti inviati per guidarli, come è affermato anche nel Nobile Corano:

وَ لَقَدْ بَعَثْنَا فِی كُلِّ أُمَّةٍ رَسُولاً

«E abbiamo invero suscitato in ogni comunità un messaggero»[2]

La storia più dettagliata dei profeti è riportata nei testi sacri degli ebrei, e il maggior numero di profeti è apparso tra i Figli d’Israele. Nei Vangeli si parla soprattutto di Gesù (A), e solo in pochi casi si fa menzione di altri profeti. Nel Corano, invece, sono citati ventisei profeti[3] e si fa riferimento anche alle vicende di alcuni di loro. Il confronto tra questi tre Libri divini mostra che, nei testi ebraici, la narrazione storica della vita dei profeti è molto evidente e concreta; nei testi cristiani, invece, l’accento è posto soprattutto sulla storia di Gesù (A) e sulle sue qualità morali; mentre nel Nobile Corano prevale un approccio etico, nel senso che vengono riportati soltanto brevi episodi della storia dei profeti precedenti, quelli che portano con sé un insegnamento morale o dottrinale, e alla fine di ogni racconto viene sottolineata la sincerità e la rettitudine dei profeti.

Di conseguenza, l’immagine dei profeti divini, in particolare di quelli portatori di una legge, non è uniforme nei Libri sacri e si possono riscontrare somiglianze e differenze. Tra i punti degni di nota riguardo ai profeti vi è il fatto che i fedeli di ogni religione considerano il proprio profeta legislatore superiore agli altri profeti, precedenti o successivi, sia per devozione interiore sia per le prove e le testimonianze riportate nei rispettivi testi religiosi. È evidente che la questione delle posizioni e dei gradi dei profeti presso Dio, e le altre questioni che ne derivano, costituisce uno dei temi più delicati e controversi di ogni religione e, al tempo stesso, uno dei problemi più complessi della teologia.

Le differenze e, talvolta, le contraddizioni che si riscontrano nei racconti dei profeti, insieme ad alcuni errori loro attribuiti, hanno suscitato nei fedeli e negli studiosi religiosi diffidenza nei confronti dei Libri sacri delle altre religioni, fino a trasformare la questione della corruzione letterale[4] dei testi sacri in una convinzione ritenuta certa e condivisa dai seguaci delle religioni rivali. A prescindere dalla fondatezza della tesi della corruzione e dalla sua effettiva portata – questioni che richiedono ricerche ampie e rigorose – il solo fatto di averla sollevata ha prodotto divisioni, inimicizie e danni irreparabili tra i seguaci delle religioni abramitiche.

È evidente che, quando si affronta un tema dottrinale come la profezia, per giungere a una comprensione condivisa non si possono assumere come fondamento dell’argomentazione gli insegnamenti propri di una religione o i suoi resoconti storici, poiché l’interlocutore appartiene a un’altra fede e non ne condivide i presupposti né ne accetta le testimonianze storiche. Se ammettiamo che le religioni abramitiche condividono tre principi fondamentali — il monoteismo, la profezia e la resurrezione — occorre allora fornire una definizione comune di questi tre concetti e dei loro aspetti essenziali, fondata sul linguaggio universale dell’umanità, vale a dire sugli argomenti razionali e sui principi universalmente riconosciuti.

Nonostante le divergenze riguardo alle posizioni e ai gradi dei profeti, le numerose virtù che i testi religiosi delle diverse fedi attribuiscono loro hanno fatto sì che essi siano sempre stati considerati figure esemplari e modelli elevati per i credenti. In tutte le Scritture, i profeti sono descritti come gli uomini più pii e coraggiosi del loro tempo, che, pur affrontando grandi difficoltà, guidarono le loro genti, liberandole dalle tenebre della superstizione e lottando con dedizione per salvare gli oppressi dalle catene della tirannia e dell’usurpazione; alcuni di loro raggiunsero persino il grado del martirio. I testi sacri li presentano come adoratori veritieri, affidabili, compassionevoli, misericordiosi, sinceri, benefattori, coraggiosi, vittoriosi nelle prove più dure, fedeli alle promesse e, soprattutto, umili penitenti che, nonostante tutte le fatiche e le difficoltà, innalzavano al Signore Altissimo parole di riconoscimento per le proprie mancanze e insufficienze nelle azioni e nelle intenzioni.

Tra i Libri celesti, il Nobile Corano è quello che attribuisce il maggior numero di virtù ai profeti divini, presentandoli sempre come uomini giusti che non si sono mai contaminati con il peccato. Il confronto tra la storia del profeta Giuseppe (A) nel Corano e il corrispondente racconto del Libro della Genesi (37–46) lo dimostra chiaramente. Allo stesso modo, le figure di Abramo (A) e Mosè (A) presentano notevoli differenze tra il Corano e gli altri Libri sacri, per non parlare dei racconti vergognosi riferiti a Lot (A) e Davide (A) nelle Scritture delle altre religioni (Genesi 19:30–38; Secondo libro di Samuele 11).

La rivelazione nelle religioni abramitiche

La rivelazione, ossia la via attraverso la quale l’uomo entra in comunicazione con una realtà ultima e misteriosa, è presente in tutte le religioni e tradizioni spirituali ed è considerata l’origine e il fondamento di ogni visione sacra del mondo trascendente. Questo fenomeno costituisce uno dei principali elementi comuni a tutte le religioni, in particolare a quelle abramitiche. L’Avesta, le Upanishad, i discorsi del Buddha, la Torah, il Vangelo e il Corano contengono ciascuno un insieme di dialoghi tra l’uomo e le realtà invisibili.

Secondo gli insegnamenti religiosi, la rivelazione è una realtà che trascende le esperienze religiose e le intuizioni mistiche ed è accessibile esclusivamente a uomini straordinari, i profeti, con lo scopo di guidare l’umanità. Poiché le vie ordinarie della conoscenza umana si limitano alla percezione sensibile, alla ragione e, talvolta, all’intuizione, senza comprendere la rivelazione, per noi uomini comuni è estremamente difficile comprenderne la natura. Non è quindi possibile offrirne una definizione completa ed esaustiva che ne esprima pienamente la realtà; si può soltanto, con l’aiuto delle tradizioni religiose e di argomentazioni razionali, dimostrarne l’esistenza, la differenza e la superiorità rispetto alle altre forme di conoscenza e, attraverso i suoi effetti e i suoi risultati, giungere a una conoscenza e a una definizione almeno parziale di essa.

In ciascuna delle religioni abramitiche sono state proposte, da prospettive mistiche, teologiche e filosofiche, definizioni e interpretazioni differenti della rivelazione. Anche in epoca moderna sono emerse nuove analisi e nuove interpretazioni, che si distinguono dalle concezioni tradizionali della rivelazione. Per questo motivo, e considerata l’importanza della questione, è opportuno approfondire la comprensione del concetto e delle diverse definizioni della rivelazione nelle religioni. È tuttavia necessario che tali studi siano condotti con un approccio rigoroso e accurato, affinché conducano a risultati attendibili.

Nell’Antico Testamento, la caratteristica fondamentale dei profeti è la ricezione della rivelazione divina, e numerosi passi descrivono il rapporto rivelativo di Dio con i Suoi profeti.[5] Da alcuni usi del termine «rivelazione» nell’Antico Testamento si comprende che essa consiste nel fatto che Dio Onnipotente si rivolge ai profeti mediante parole, come mostrano espressioni ricorrenti quali «Dio disse», «Dio parlò» e «la parola di Dio fu rivelata».[6] La rivelazione ai profeti assumeva talvolta forma scritta[7] e talvolta avveniva anche attraverso i sogni.[8]

La rivelazione nella Sacra Scrittura degli ebrei abbraccia diversi ambiti della vita sociale, politica, giuridica ed etica, nonché numerose consuetudini, alcune delle quali ebbero carattere temporaneo e, con il procedere della storia dell’umanità, subirono cambiamenti e rinnovamenti. Nell’Antico Testamento, la rivelazione è un fenomeno che si ripete nella vita dei veri profeti di Dio. Tuttavia, in ogni epoca compaiono anche persone che, falsamente, hanno preteso di essere profeti, ricorrendo a presagi, astrologia, sorteggi e interpretazione dei sogni. Costoro furono costantemente in conflitto con i profeti di Dio, al punto che talvolta riuscirono perfino a far dubitare la gente dell’autenticità e della veridicità del loro messaggio, offrendo così un pretesto per negare la loro missione.

I profeti veritieri, nel ricevere la rivelazione, non si servono di strumenti particolari, ma accolgono la parola di Dio in un modo unico, profondo e misterioso. Talvolta vedono gli angeli e ascoltano le loro parole; altre volte, invece, ne odono la voce senza vederli. In alcuni casi, inoltre, ricevono visioni oniriche enigmatiche, il cui significato richiede un’opera di interpretazione.

Nel Nuovo Testamento, invece, la rivelazione assume un significato nuovo. Dal punto di vista cristiano, non è un evento storico concluso che si limiti a indicare una comunicazione verbale tra Dio e l’uomo; è piuttosto un processo concreto e sacro che ebbe inizio con la comparsa di Cristo in una comunità ebraica, si trasmise poi, mediante l’ispirazione dello Spirito Santo, ai discepoli di Cristo e, successivamente, alla Chiesa, fino a penetrare nelle profondità del cuore umano e giungere a compimento nella verità della fede.

I cristiani offrono della rivelazione una definizione concreta e costitutiva, intesa come manifestazione divina. Secondo questa concezione, il contenuto della rivelazione non è un insieme di verità su Dio, ma Dio stesso che, operando nella storia e nella società, entra nel destino dell’uomo. In realtà, è Gesù (A) stesso a essere considerato la rivelazione di Dio, e non le sue parole o i racconti dei discepoli sui suoi insegnamenti. Dio non rivela una serie di conoscenze occulte, ma rivela se stesso. La rivelazione fondamentale è dunque la persona di Cristo, la Parola di Dio fatta uomo.

Di conseguenza, il Vangelo costituisce soltanto la testimonianza della rivelazione divina, ossia della manifestazione di Gesù. Sebbene il Vangelo attuale non sia, in realtà, altro che lo scritto dei discepoli di Gesù, esso non può essere considerato un testo puramente umano e conserva, almeno in parte, il suo carattere rivelativo.

Dal punto di vista del Corano, invece, la rivelazione ha un significato ampio e consiste, nella maggior parte dei casi, in un messaggio o in una percezione misteriosa di origine divina. La sua forma più elevata, ossia la rivelazione profetica, consiste nella trasmissione, da parte di Dio l’Altissimo, di conoscenze e norme al Suo servo prescelto, incaricato di guidare gli uomini verso la perfezione loro destinata. Nel Corano, Dio indica che la rivelazione avviene in tre modi:[9]

  1. il dialogo diretto e senza intermediari tra Dio e il Suo profeta;
  2. il dialogo di Dio con il Suo profeta da dietro un oggetto, come quando Dio parlò con il profeta Mosè (A) da dietro il roveto;
  3. la trasmissione della rivelazione per mezzo di un angelo divino.

In ciascuno di questi tre modi, il vero oratore è soltanto Dio, e il profeta trasmette al popolo le Sue parole senza alcuna alterazione. Inoltre, i destinatari della rivelazione profetica, cioè i profeti, sono pienamente consapevoli che questo messaggio proviene da una fonte divina e, proprio per questo, ne distinguono con certezza la natura dalle suggestioni diaboliche. A questo proposito, Dio ammonisce i credenti che ciò che il Profeta dell’Islam (S) ha trasmesso loro è parola divina e non il frutto di passioni personali:

«Per la stella quando tramonta! Il vostro compagno non si è smarrito né è caduto nell’errore, e non parla secondo la propria passione. Non è altro che una rivelazione che gli è stata ispirata».[10]

Testi sacri

Avete mai consultato i libri sacri delle religioni abramitiche? Quali somiglianze avete riscontrato nel loro messaggio spirituale?

Naturalmente, la maggior parte dei seguaci delle religioni non consulta i libri sacri delle altre fedi, e solo un numero limitato di studiosi si dedica a questo compito, che purtroppo, in molti casi, non può essere considerato una ricerca completa ed esaustiva. Inoltre, in passato, l’accesso a questi testi era limitato e le traduzioni nelle diverse lingue erano scarse, circostanza che riduceva ulteriormente la possibilità di consultarli da parte dei fedeli di altre religioni. Talvolta, si sosteneva persino che la lettura di tali libri da parte della maggioranza dei credenti — naturalmente non specialisti in questioni religiose — potesse indurli in errore e che, pertanto, dovesse essere evitata. Oggi, invece, l’impegno volto ad ampliare la conoscenza religiosa e a favorire una maggiore familiarità con gli insegnamenti delle altre fedi ha contribuito ad accrescere la comprensione reciproca tra i popoli e, oltre a far conoscere la storia e la cultura delle diverse nazioni — strettamente legate alle religioni —, ha creato le condizioni per il progresso e l’elevazione, sia materiale sia spirituale, dell’umanità.

Nelle sezioni precedenti si è accennato al fatto che i seguaci delle religioni abramitiche, pur condividendo la fede nell’unicità di Dio quale principio fondamentale, presentano alcune divergenze nell’interpretazione dell’unicità divina e degli attributi di Dio, temi che rientrano tra le questioni più complesse della teologia. Al di là di tali differenze, però, il messaggio fondamentale di ogni religione divina, dopo l’invito al monoteismo e all’adorazione dell’unico Dio, è di carattere etico. Per questo motivo, è opportuno soffermarsi su alcuni insegnamenti morali contenuti nei libri sacri delle religioni abramitiche, affinché emerga con maggiore evidenza la profonda somiglianza che accomuna questi testi celesti.

E Dio parlò a Mosè (A), dicendo: «Parla a tutta la comunità dei figli d’Israele e di’ loro: “Siate santi, perché Io, il Signore vostro Dio, sono santo... Ciascuno di voi onori suo padre e sua madre... Quando mieterete il raccolto della vostra terra, non mieterete fino ai margini del vostro campo né raccoglierete le spighe rimaste; non spigolerete la vostra vigna né raccoglierete i grappoli caduti: li lascerete al povero e al forestiero... Non rubate, non ingannate e non mentite gli uni agli altri; non giurate il falso nel Mio nome... Non opprimere né derubare il tuo prossimo; non trattenere presso di te fino al mattino la paga del salariato... Non commettete ingiustizia nei giudizi... Non andare in giro a spargere calunnie tra il tuo popolo... Non odiare tuo fratello nel cuore... Non vendicarti e non serbare rancore contro i figli del tuo popolo, ma ama il tuo prossimo come te stesso... Àlzati davanti al capo canuto, onora la persona dell’anziano e temi il tuo Dio... Ama il forestiero come te stesso...”».[11]

E quando Gesù (A) vide le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli gli si avvicinarono, ed egli prese a istruirli, dicendo: «...Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli... Avete udito che fu detto agli antichi: “Non uccidere”; chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira contro il proprio fratello sarà sottoposto al giudizio... Avete udito che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano».[12]

Anche nella religione islamica, l’etica è presentata come una componente essenziale e inseparabile della vita del credente, al punto che il Nobile Profeta dell’Islam (S) dichiarò che lo scopo della sua missione era portare a compimento le nobili virtù morali. Da questa affermazione si comprende come uno degli aspetti fondamentali della religione islamica sia la formazione e la pratica delle virtù morali. A questo tema il Nobile Corano dedica numerosi versetti, alcuni dei quali sono riportati di seguito.

«I servi del Misericordioso sono coloro che camminano sulla terra con umiltà e, quando gli ignoranti si rivolgono loro, rispondono con parole di pace. Coloro che trascorrono la notte prosternati e in piedi davanti al loro Signore... Coloro che, quando spendono, non sono né prodighi né avari, ma tengono una via di mezzo... Coloro che non rendono falsa testimonianza e che, quando passano accanto a ciò che è vano, proseguono con dignità».[13]

Comportatevi con benevolenza verso vostro padre e vostra madre;[14] parlate con gentilezza alla gente;[15] non chiamatevi gli uni gli altri con appellativi offensivi;[16] non sparlate gli uni degli altri;[17] non indagate gli uni sugli altri;[18] restituite i depositi ai loro legittimi proprietari;[19] giudicate con equità;[20] temete Dio e siate con i veridici;[21] siate pazienti, poiché Dio è con i pazienti.[22]

Ciò che avete letto è solo un breve frammento delle migliaia di insegnamenti etici contenuti nei Libri sacri dell’umanità. La somiglianza — o, meglio ancora, l’identità — di questi messaggi testimonia che essi provengono tutti da un’unica origine divina: una sorgente che invita l’intera umanità alla pace, alla benevolenza e al bene.

Il libro sacro di ogni religione costituisce la principale fonte della conoscenza religiosa e spirituale per i suoi fedeli. I tre Libri sacri delle religioni abramitiche presentano numerose somiglianze, mentre le differenze sono relativamente poche, ma fondamentali e decisive. Proprio queste divergenze, sebbene limitate nel numero, hanno dato origine a interpretazioni differenti e, di conseguenza, a molti eventi dolorosi nel corso della storia.

Nel corso della storia non sono mai mancati studiosi che hanno cercato di attenuare queste differenze, insistendo sull’unità del messaggio divino contenuto in tutte le Scritture sacre. Altri, invece, hanno costantemente posto l’accento sui punti di divergenza, considerandoli il nucleo centrale della religione, nel tentativo di dimostrare la verità esclusiva della propria fede e del proprio testo sacro. Questo secondo approccio ha sempre avuto numerosi sostenitori; in epoca moderna, però, è il primo ad aver raccolto un consenso sempre più ampio.

La questione fondamentale è la seguente: da dove hanno origine le differenze essenziali tra i testi sacri? Se tutti sono parola di Dio, perché si presentano in forme diverse, dando così origine a religioni differenti?

È naturale che una parte di ogni testo sacro sia stata rivelata tenendo conto delle particolari condizioni di tempo e di luogo, mentre un’altra contenga principi che trascendono ogni epoca e ogni contesto geografico. Riconoscere i principi immutabili non è difficile; ben più arduo, controverso e, al tempo stesso, fondamentale è invece individuare quei precetti che devono adattarsi al trascorrere del tempo e al mutare delle circostanze, poiché da essi dipende, in larga misura, la vita individuale e sociale dell’uomo.

Ad esempio, l’esistenza di Dio, l’invio di un profeta con un Libro di guida e l’avvento del Giorno del Giudizio costituiscono principi immutabili comuni a tutte le religioni abramitiche, sui quali le divergenze sono pressoché inesistenti. Le differenze si concentrano, invece, nei dettagli di questi tre principi fondamentali, in particolare di quello relativo alla profezia: l’identità del profeta nelle diverse epoche e gli insegnamenti del Libro divino da lui trasmesso, che hanno subito modifiche.

La storia testimonia che, spesso, gli abitanti di una determinata regione finiscono per credere nel Libro portato da un profeta e, con il passare del tempo, danno vita a una nuova società e a un nuovo sistema di governo. Dopo secoli di consolidamento e di ampia diffusione di quella religione, appare un nuovo profeta con insegnamenti rinnovati, pur in continuità con quelli precedenti, e dichiara che i seguaci della religione precedente, rimanendo fedeli agli stessi principi fondamentali, devono credere anche in lui quale nuovo inviato divino e, in considerazione del mutamento delle condizioni storiche e geografiche, seguire i nuovi insegnamenti. È proprio questo rinnovamento a costituire il principale punto di divergenza tra gli insegnamenti dei testi sacri: alcuni fedeli mettono in dubbio l’autenticità della missione del nuovo profeta, sostenendo che le sue caratteristiche non corrispondono ai segni annunciati nel libro sacro precedente; altri, invece, pur riconoscendone la missione profetica, rimangono confusi e perplessi di fronte alle parole e agli insegnamenti contenuti nel nuovo Libro.

Ad esempio, gli ebrei, sulla base di quanto avevano compreso dalle loro Scritture, attendevano un profeta simile a Mosè (A), che li liberasse dalla tirannia degli oppressori, fondasse una nuova società e restituisse loro dignità e onore. Non riscontrando tali caratteristiche in Gesù (A), ne negarono la missione profetica e, da allora fino a oggi, sono in attesa di un altro Messia.

Altri, pur avendo riconosciuto la missione profetica di Gesù (A), si trovarono in difficoltà nel comprendere perché i suoi insegnamenti si discostassero in modo così marcato da quelli precedenti e modificassero molte prescrizioni che fino ad allora avevano osservato con piena convinzione e devozione.

Ad esempio, nel Vangelo secondo Matteo si legge:

«I discepoli di Giovanni [che erano ebrei devoti] si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Perché noi e i farisei [una delle principali correnti dell’ebraismo del tempo] digiuniamo, mentre i tuoi discepoli non digiunano?”. Gesù rispose: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Verranno però giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno”».[23]

Accettare i nuovi precetti non costituiva una difficoltà per coloro che in precedenza non erano ebrei; per gli ebrei osservanti, invece, un cambiamento così profondo risultava assai più difficile. Per questo motivo, la maggior parte dei seguaci della nuova religione fu composta da non ebrei, in particolare dai Romani. Alcuni studiosi della storia del cristianesimo hanno tuttavia sostenuto che tali profonde trasformazioni si svilupparono gradualmente, secondo l’interpretazione di alcuni discepoli, e non furono introdotte direttamente da Gesù (A), il quale apportò personalmente soltanto modifiche limitate. Poiché alcune parti del Vangelo furono redatte dagli apostoli di Gesù (A) e altre dai loro seguaci, un esame più attento e una riflessione approfondita sulle conclusioni di questi studiosi appaiono pienamente ragionevoli.

Nel VII secolo d.C. apparve anche il Profeta Muhammad (S) con un Libro divino, il Corano. Secondo la tradizione dei Profeti di Dio, egli confermò le Scritture precedenti e la veridicità dei Profeti che lo avevano preceduto, annunciando al tempo stesso nuovi insegnamenti. Ma anche a lui accadde ciò che era già avvenuto ai Profeti prima di lui: alcuni tra gli ebrei e i cristiani più devoti, così come i non credenti e i miscredenti, negarono la sua missione profetica; altri, invece, obiettarono che i suoi insegnamenti non corrispondevano a quelli delle Scritture precedenti.[24]

Sebbene la ragione umana suggerisca che, con il passare del tempo e il mutare delle condizioni, alcune prescrizioni divine debbano cambiare, la maggior parte dei credenti più devoti, nella pratica, fatica ad accettare questo principio. In un certo senso, essi rimangono legati alla propria tradizione e stentano ad accogliere i cambiamenti introdotti successivamente.

In alcuni casi, i credenti riconoscono la missione profetica di un inviato, ma nutrono dubbi sull’autenticità del Libro a lui attribuito; in altri, ritengono che gli insegnamenti del proprio Libro sacro siano superiori a quelli del Libro rivelato successivamente. Oggi è convinzione diffusa tra i fedeli di ogni religione che una parte delle Scritture delle altre fedi sia stata alterata, per diverse ragioni, dagli studiosi o dagli stessi credenti di quelle comunità e che proprio tali alterazioni abbiano dato origine alle differenze riscontrabili nei messaggi divini. Secondo questa prospettiva, se tali alterazioni non si fossero verificate, le divergenze tra i credenti si sarebbero ridotte al minimo e l’umanità avrebbe professato un’unica religione.

È evidente che attribuire le differenze tra i testi sacri all’alterazione delle Scritture delle altre religioni, per quanto formulato con il massimo rispetto e la massima cortesia, finisce inevitabilmente per urtare la sensibilità dei loro seguaci; di conseguenza, insistere su questo argomento non favorisce il dialogo né contribuisce a promuovere uno spirito di pace.

D’altra parte, la storia mostra che anche nelle religioni in cui esisteva un unico libro divino, riconosciuto come autentico e non soggetto ad alterazione da parte di tutti i fedeli, si sono comunque formate numerose correnti, ciascuna delle quali ha sostenuto di fondare le proprie credenze proprio su quel medesimo testo sacro; eppure, tra i seguaci di una stessa religione e di un unico libro sono sorte divergenze simili a quelle che distinguono le diverse fedi. Questa esperienza storica rivela chiaramente che uno dei fattori principali alla base delle differenze tra le interpretazioni dei libri sacri è la diversità di lettura che i credenti danno della Parola divina.

Pertanto, ciò che conta davvero nella questione delle differenze tra i testi sacri non riguarda soltanto la diversità delle condizioni storiche e geografiche o il problema dell’alterazione dei testi, ma soprattutto la necessità del dialogo e della collaborazione tra gli studiosi delle diverse religioni, affinché possano giungere, attraverso un metodo scientifico e condiviso, a una comprensione più profonda delle Scritture e rimangano fedeli ai risultati raggiunti.

Continua…

Note

[1]. Ali ibn Abi Talib (A), noto come Imam Ali e Principe dei Credenti (13 Rajab dell’anno 23 prima dell’Egira – 21 Ramadan dell’anno 40 dell’Egira), è il primo Imam di tutte le scuole sciite, compagno del Profeta, trasmettitore e scriba della rivelazione e quarto califfo tra i califfi ben guidati per i sunniti. Egli è inoltre cugino e genero del Profeta dell’Islam (S), marito di Fatima (A), padre e avo degli undici Imam sciiti. Nacque nella Kaʿba e fu il primo uomo a credere nel Profeta dell’Islam (S). Per ordine di Dio e con la designazione esplicita del Profeta (S), è il successore immediato del Messaggero di Dio (S). Molte virtù sono state enumerate per l’Imam Ali (A): il Profeta (S), nel Yawm al-Dār (il Giorno della Casa, episodio avvenuto nella casa di Abu Tālib a Mecca), lo scelse come suo erede e successore. Quando i Quraysh decisero di uccidere il Profeta (S), egli dormì al suo posto nel letto affinché il Profeta (S) potesse emigrare di nascosto a Medina. Il Profeta (S) stabilì con lui un patto di fratellanza. Circa trecento versetti del Corano riguardano le sue virtù, come il versetto della Mubahala, il versetto della Purificazione, il versetto della Wilaya e altri che attestano la sua infallibilità.

[2]. Corano: Sura al‑Naḥl (16), versetto 36.

[3]. Alcuni esegeti del Corano ritengono che siano stati menzionati venticinque profeti, poiché i nomi Idrīs ed Elia sarebbero due appellativi di un unico profeta (Jāmeʿ al-Bayān, vol. 23, p. 58).

[4]. La corruzione letterale consiste nella soppressione, nella modifica o nell’aggiunta intenzionale di parole a un testo sacro, in modo da trasmettere un significato diverso da quello originariamente inteso; la corruzione interpretativa, invece, consiste nell’attribuire ai testi sacri un’interpretazione erronea, pur nella consapevolezza della sua falsità.

[5]. La rivelazione è presentata come la parola di Dio rivolta a Israele (Libro di Zaccaria 1: 2 e 12); in alcuni passi si fa inoltre esplicito riferimento alla discesa della rivelazione (Zaccaria 1:9; Geremia 1:11).

[6]. Esodo 4: 3 e 5; Numeri 17:11.

[7]. Deuteronomio 13: 4 e 14.

[8]. Ezechiele 4:4 e Numeri 6:12.

[9]. Corano: Sura al‑Shura (42), versetto 51.

[10]. Corano: Sura al‑Najm(53), versetti 1‑4

[11]. Torà, Libro del Levitico 19:2‑37.

[12]. Vangelo di Matteo 5:1‑45.

[13]. Corano: Sura al‑Furqān (25), versetti 63‑72.

[14]. Questa espressione è menzionata in numerosi versetti, tra cui: Sura al‑Baqarah (2), versetto 83; Sura al‑Nisāʾ (4), versetto 36; Sura al‑Anʿām (6), versetto 151; Sura al‑Isrāʾ (17), versetto 23.

[15]. Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetto 83.

[16]. Corano: Sura al‑Ḥujurāt (49), versetto 11.

[17]. Corano: Sura al‑Ḥujurāt (49), versetto 12.

[18]. IBIDEM

[19]. Corano: Sura al‑Nisāʾ (4), versetto 58.

[20]. IBIDEM

[21]. Corano: Sura al‑Tawba (9), versetto 119.

[22]. Corano: Sura al‑Anfāl (8), versetto 46.

[23]. Matteo, 9:14‑16.

[24]. Ad esempio, nella religione ebraica è proibito consumare la carne di cammello, di maiale e degli animali morti; nel cristianesimo, invece, con un cambiamento evidente, tutte e tre sono considerate lecite; nell’islam, infine, restano proibite la carne di maiale e quella degli animali morti, mentre è consentito consumare la carne di cammello.

A cura di Mostafa Milani Amin

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